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Rivista Anarchica Online






Che cos'è la trasparenza radicale?

Con straordinaria vaghezza

Il concetto di trasparenza radicale è stato un boomerang tornato indietro piuttosto male al suo mittente, perché ha scoperto le carte circa le idee di Zuckerberg e Co. sul tema dell'interiorità individuale. Il principio (che si configura in senso morale) era stato pensato in contrapposizione alle riserve sul trattamento della propria privacy che gli utenti cominciano ad avere nei confronti di Facebook già dal 2009. L'obiettivo della locuzione retorica era quello di far sentire l'utente preoccupato per la propria privacy come un vecchio residuato culturale, ormai da tempo superato (anche se hai la stessa età di Zuckerberg).
Nel 2011 esce negli Stati Uniti un testo di propaganda pro social a firma Kirkpatrick, giornalista della rivista di business “Fortune”, che in italiano ha come titolo Facebook. La storia. Mark Zukerberg e la sfida di una nuova generazione. È da qui che si comincia a parlare di trasparenza radicale. L'autore ci racconta (con straordinaria vaghezza) che all'interno di Facebook ci siano dei “teorici della trasparenza radicale”1 tra cui Zuckerberg in primis, questi ritengono che la trasparenza sia un fenomeno inevitabile, una sorta di destino dell'essere umano nell'era della tecnologia.
L'idea è che la privacy sia un servizio da offrire alle persone “finché non si emanciperanno da quell'esigenza”2, uno stato di minorità dunque, che precede l'apertura del sé verso la condivisione. Interessante notare come l'idea di “radicalità” non venga mai spiegata, cosa intendono per radicalismo?3 Si tratta di un ripensamento dei confini dell'intimità personale che modifica il soggetto nella sua identità in modo che sia più facilmente machine readable (comprensibile alle macchine), perché il vero obiettivo della trasparenza è il profiling, spingere cioè le persone ad un racconto parossistico del sé per ottenere quante più informazioni possibile4. “Tu hai una sola identità” mi ha ripetuto in tono enfatico tre volte in un minuto [...] stanno finendo i giorni in cui avevamo un'immagine diversa da mostrare ai colleghi e a tutti gli altri [...] avere due diverse identità è un sinonimo di scarsa integrità”5 si tratta delle parole di Mark Zuckerberg raccolte dal giornalista del Fortune a cui nel corso del libro si aggiungono altre dichiarazione in cui si dice che le norme sociali cambiano nel tempo e che la privacy si deve adeguare.

foto di jbk-
photography/Depositphotos.com

Un'unica immagine del sé valida per tutti

E ancora, lungo l'arco della narrazione, altri elementi tratteggiano un quadro di riferimento morale: Gli utenti sono sereni nel condividere una parte importante della propria intimità [...] essere trasparenti ci rende persone migliori perché non potremo più mentire e ciò renderà anche la società più tollerante. In sostanza il privato dovrebbe tendere a diventare il più possibile pubblico (ma gestito da società private), l'identità è una e come tale va comunicata, l'anomalia è sintomo di corruzione morale (“mancanza di integrità”) essere trasparenti ci rende persone migliori e rende anche il mondo un posto migliore.
Secondo quanto ci viene detto dunque la realtà della nostra vita online sarebbe avere un'unica immagine del sé che vada bene per tutti, un profilo generale che armonizzi una pubblicità ben riuscita di noi stessi (un io lavorativo aggressivo, un io famigliare affettuoso, un io sessuale appetitoso, un io amicale empatico, un io sociale altruista...). Ecco che l'identità diventa una forma di auto-marketing, concetto che oggi si qualifica come self branding in cui è ormai dato per assodato che siamo merce. Al pari degli altri prodotti di consumo, ma privilegiati di una coscienza vivente, dobbiamo essere capaci di venderci in un mercato del lavoro da cui il lavoro è scomparso da tempo. In effetti ora è più chiara l'ossessione per la “reputazione” di cui sembriamo affetti da ormai un decennio.
Siccome l'identità si costruisce nella relazione con gli altri, il giudizio che questi altri hanno di noi diventa fondamentale. In un panottico digitale completamente trasparente dove siamo portati a comportarci come se fossimo personaggi pubblici e in cui l'opinione viene quantificata in un sistema di punteggio subito evidente (condivisioni, like, notifiche di varia forma) l'individuo viene a conoscenza di un fenomeno di sé che per la prima volta è possibile misurare: il capitale reputazionale. Nella profonda crisi economica che caratterizza questo tempo è facile indurre le persone ad aggrapparsi tenacemente ad un surrogato di ricchezza (anche le più colte, anche i non ventenni) che Foucault avrebbe definito facilmente reddito psichico. Un senso di ricchezza del tutto reale: fisico, misurabile, soggetto a perdita improvvisa, da incrementare. Eppure mai scambiabile in moneta corrente. Insomma nella società della trasparenza abbiamo un credito relazionale avendo sempre meno credito economico.

Gestire la comunità come il mondo interiore

Se da un lato la trasparenza vuole essere equazione della democrazia, dall'altro l'assenza completa di segreti ci ricorda da vicino la vita nei totalitarismi presenti e passati. Il legame tra i due è il rapporto (più o meno ragionato) che abbiamo con l'idea del controllo. Il controllo di fatto limita il potere, mettendogli un freno (come un interruttore di controllo o un pannello di controllo) si tratta di un agire restrittivo che deriva dal latino contra rotulus, contro il rotolare. Il controllo in teoria controbilancia una forza più grande. Ma quando è associato alla trasparenza procedurale diventa un'interferenza preventiva sull'interezza dei processi, diventa un desiderio di potere che mentre pone un freno alle altre forze aumenta smisuratamente la propria. Questo dipende dal fatto che l'ispezione (lo sguardo del controllo) ha la prassi di una procedura contabile automatizzata, cioè il suo incremento fa migliorare la qualità del suo risultato. È la parabola della tecnica che da mezzo diventa fine o meglio diventa il mezzo per realizzare qualunque fine.
La trasparenza radicale è l'ideologia nascosta del dominio tecnocratico che vorrebbe sostituire la politica (con il suo carico conflittuale) con l'amministrazione (come semplice flusso di procedure). La trasparenza ha a che vedere con la gestione della comunità, ma anche con il mondo interiore, come abbiamo visto circa i problemi con l'identità personale, per questo ha un rapporto di ambivalenza con il dentro e il fuori come se i due spazi fossero misurabili in egual modo. C'è un tratto paranoico nell'idea che la trasparenza radicale sia il modo più corretto per comprendere la realtà dei processi che conducono a formulare giudizi e prendere decisioni collettive, così come è falso e tendenzioso pensare che esista un modello computazionale dell'identità-relazione che può dunque essere interamente illuminata.
Il punto è che quando veniamo indotti a portare alla luce il nostro “meccanismo interno”, il modello si trasforma in un dispositivo di automodellamento e insieme di autocontrollo e di autovalutazione6 altrove parafrasando Peter Sloterdijk l'abbiamo definita l'antropotecnica di Facebook.7
La trasparenza radicale è un'illusione, sia perché è impossibile da raggiungere sia perché se anche lo fosse sarebbe completamente inefficiente. Tuttavia rimane una pericolosa tendenza del dispositivo tecno-burocratico chiamato eufemisticamente “media sociale”.

Ippolita
www.ippolita.net

  1. David Kirkpatrick, Facebook. La storia. Mark Zukerberg e la sfida di una nuova generazione, Hoepli, 2011, Milano, p 185
  2. Ivi., p 178
  3. Si veda in tal senso anche l'intervento di danah boyd Facebook and “radical transparency” (a rant) http://www.zephoria.org/thoughts/archives/2010/05/14/facebook-and-radical-transparency-a-rant.html
  4. Ippolita, Nell'acquario di Facebook, Ledizioni, 2012, Milano
    Ippolita, Anime Elettriche, Jaca Book, 2016, Milano
  5. David Kirkpatrick, Facebook. La storia. Mark Zukerberg e la sfida di una nuova generazione, Hoepli, 2011, Milano, p 175
  6. Per un approfondimento che tiene conto anche di alcune nostre tesi si veda La trasparenza e il segreto a cura di Beatrice Bonato, Edizione, Quaderni della Sezione Friuli Venezia Giulia della Società filosofica italiana, Mimesis, 2017, Milano, p 124 e p 142
  7. Ippolita, Nell'acquario di Facebook, Ledizioni, 2012, Milano, p 185