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Rivista Anarchica Online


migranti/2

Figli di Annibale

di Renzo Sabatini / foto di Paolo Poce


C'è chi ha il terrore di perdere l'italianità. Ma quale, si domanda il nostro collaboratore. Sottolineando che portiamo cognomi dalle origini greche, normanne, provenzali, germaniche, spagnole, arabe, turche. Cuciniamo secondo ricette antiche, utilizzando ingredienti giunti in Italia da tutto il mondo. Troviamo ancora nelle campagne siciliane antiche nenie arabe, chitarre andaluse fra i lucani, musiche celtiche nelle valli piemontesi. Nascoste nella bellezza dei nostri idiomi locali luccicano le parole di mille lingue straniere: qual è la nostra vera identità se non la somma di tante identità?


Da bambino mi chiamavano il vietnamita. Mi ero guadagnato quel soprannome per via della carnagione olivastra e soprattutto per il taglio degli occhi, curiosamente orientale. Se fossi nato in altre epoche avrei potuto essere il cinese, ma quelli erano gli anni in cui il napalm americano bruciava l'Indocina accendendo l'indignazione e fu così che qualcuno, in famiglia, cominciò a chiamarmi con quel nomignolo.
Col passare degli anni quei tratti, misteriosamente, si sono attenuati, fino a scomparire. Ne resta testimonianza solo in qualche vecchia foto. Mi è però rimasta la curiosità di capire da dove venissero e allora faccio viaggiare la fantasia e formulo ipotesi strampalate. Mi chiedo ad esempio se fra i geni ereditati non ve ne siano per caso anche alcuni arrivati con i razziatori unni che, nel quarto secolo, scorrazzavano per l'Italia, appropriandosi di roba e di donne. Altre volte, più benignamente, immagino una bella trisavola che, in un tempo remoto, abbia ceduto i suoi favori ad un mercante asiatico di passaggio, uno di quelli che commerciavano con la Serenissima quando Venezia era la porta aperta sull'Oriente. Sogni a occhi aperti, certo, ma perché non averne? Mi piace pensare di essere frutto di mille incroci fra tutte le genti che hanno abitato la penisola.
Fin da epoche remotissime commercianti e uomini in armi hanno visitato le nostre coste, invaso pianure e colline, valicato montagne. È il nostro antichissimo melting pot, un crogiuolo di genti arrivate da ogni punto cardinale, insediatesi nel dolce clima mediterraneo, poi travolte, assorbite e rigenerate da altre popolazioni. Ciascun gruppo umano ha lasciato una traccia nel nostro patrimonio genetico e certo nessuno, da noi, può reclamare sangue puro, con buona pace del mito ariano che il regime fascista aveva vagheggiato e che Benigni ha così ben sbeffeggiato in un'esilarante sequenza de “La vita è bella”.
Se solo fossimo capaci di pensarci così, miscuglio di genti, forse potremmo raddolcire lo sguardo, perdere un po' di fierezza, imparare a coltivare l'accoglienza come valore.
Portiamo cognomi dalle origini greche, normanne, provenzali, germaniche, spagnole, arabe, turche. Cuciniamo secondo ricette antiche, utilizzando ingredienti giunti in Italia da tutto il mondo. Troviamo ancora nelle campagne siciliane antiche nenie arabe, chitarre andaluse fra i lucani, musiche celtiche nelle valli piemontesi. Nascoste nella bellezza dei nostri idiomi locali luccicano le parole di mille lingue straniere: qual è la nostra vera identità se non la somma di tante identità?

Basta dare un'occhiata alla carta geografica...

Invece, da qualche tempo, qualcuno pone ossessivamente il problema dell'italianità minacciata, risuscitando idee che nel ventennio provocarono tanta sofferenza e cumuli di cadaveri. Oggi sembra sia diventato essenziale riscoprire le “radici comuni”, liberare i nostri quartieri da moschee, templi e negozi di kebab, cacciare i rom che setacciano i cassonetti e i lavavetri che stazionano ai semafori. Non ha importanza quale sia il loro destino. L'essenziale è non vederli più attorno a noi, ricostruire il piccolo mondo che conoscevamo e che ci è sfuggito.
L'arrivo di povera gente in fuga da guerre e carestie è stato ribattezzato invasione e tanti sembrano ormai incapaci di mostrare anche solo umana pietà verso chi sbarca sulle nostre coste e verso le migliaia che non ce la fanno.
L'obiettivo strategico dei politici italiani ed europei non è ridurre morti e sofferenze, ma impedire le partenze. Sono disposti anche a patti scellerati con paesi illiberali come Turchia e Libia e consegnano i migranti nelle mani degli aguzzini: che vadano a soffrire e morire altrove, purché senza troppo clamore.
Un ministro italiano è arrivato a sostenere che non basta fermare le partenze dai porti libici, si deve anche impedire ai migranti di arrivare fino in Libia. È un'idea che sottende una nuova arroganza coloniale: è ancora la vecchia Europa che, dopo aver disegnato arbitrariamente i confini nazionali in Africa, oggi vuole decidere chi può attraversare quelle frontiere. Basta dare uno sguardo alla carta geografica per capire che impedire ai migranti di entrare in Libia significherebbe bloccarli in zone inospitali, aggravando la condizione di paesi già poverissimi, che si ritroverebbero migliaia di disperati ammassati ai propri confini. Non si risolverebbe nulla anche se, certo, sarebbero nuovi affari d'oro per l'industria specializzata in suppellettili e accessori da campo profughi.
Il segretario del PD ha posato una nuova pietra miliare lungo il percorso che allontana la sinistra italiana dagli ideali di internazionalismo e solidarietà universale: “Non abbiamo il dovere morale di accoglierli”, ha scritto, aggiungendo: “Abbiamo il dovere morale di aiutarli davvero a casa loro”. Un vecchio slogan rubato ad altri partiti. E quanti decenni sarebbero necessari per riparare al sottosviluppo che spinge milioni a migrare? Per oltre mezzo secolo l'aiuto allo sviluppo è servito soprattutto a far arricchire le élite locali e le ditte dei paesi donatori. Qualche volta anche a finanziare dittature e pulizie etniche, come ha fatto l'Italia appoggiando i regimi di Siad Barre in Somalia e Menghistu in Etiopia. Negli ultimi tre decenni, col trionfo della globalizzazione capitalista, l'Africa si è impoverita, la disperazione è aumentata e l'aiuto pubblico allo sviluppo ha fatto la sua parte, con i programmi di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che hanno costretto paesi poveri e indebitati a privatizzare i servizi, distruggendo quel poco che c'era di sanità e scuola pubblica. Le regole imposte dall'Organizzazione Mondiale del Commercio hanno impedito a quegli stessi paesi di puntare al soddisfacimento dei bisogni primari e raggiungere l'autosufficienza alimentare. Al diritto all'acqua e al cibo è stata contrapposta la religione del libero commercio, che avrebbe dovuto fare il miracolo. Ma miracolo non c'è stato e, nel frattempo, l'Italia ha costantemente ridotto i fondi destinati alla cooperazione, posizionandosi ben al di sotto degli obiettivi minimi di bilancio richiesti dalle Nazioni Unite.

Lo spettro dei localismi

Se volessimo davvero “aiutarli a casa loro” dovremmo invertire la rotta che ha condotto l'economia mondiale da Reagan in poi. Altrimenti quelle parole sono solo un altro slogan per ribadire che qui non li vogliamo.
L'Italia, tra l'altro, contribuisce ad esasperare le crisi che provocano esodi di massa anche mediante la sua fiorente industria bellica: nel 2016 l'export italiano del settore è cresciuto dell'85%1 e fra i principali paesi a cui vendiamo tecnologia militare e armi da combattimento, tra cui bombardieri Eurofighter, figurano il Kuwait, l'Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia e persino gli Stati Uniti. Paesi impegnati in conflitti feroci, come quello nello Yemen, che dal 2015 vede coinvolti sette paesi arabi sotto la guida saudita e con il sostegno statunitense: una guerra di cui si parla poco ma che produce la sua quota di disperati.
Al di là dell'evidente ipocrisia, mi spaventa la prospettiva dietro questo apparato ideologico: la rinuncia alla mondialità e agli ideali di solidarietà universale da parte della sinistra.
Come tanti della mia generazione sono cresciuto al crocevia fra gli ideali internazionalisti di una certa sinistra e l'apertura alla mondialità di un cristianesimo rivoluzionario alimentato dalla teologia della liberazione latinoamericana. Soprattutto mi ha guidato l'interesse per gli altri popoli, per le culture diverse dalla mia, nella convinzione che, a dispetto delle differenze, tutti possiamo riconoscerci in una comune umanità. Ho sentito crescere dentro di me quell'identità multipla di cui parla lo scrittore libanese/francese Amin Maalouf:2 la somma di tante identità incontrate che hanno contaminato positivamente le mie radici. Un po' ingenuamente, ho immaginato che fosse questo il futuro, la vera globalizzazione: conoscerci meglio, imparare ad apprezzarci. Ma il mondo è andato in tutt'altra direzione. Lo spettro dei localismi è tornato improvviso, inaspettato, avvolgendo il globo in una serie infinita di soprusi e violenze. Conflitti sanguinosi hanno lasciato una scia di lutti e rancori; la guerra etnica ha pulsato impazzita anche ai confini dell'Italia, accompagnata dal suo corollario di inevitabili orrori. Innumerevoli contese territoriali continuano a seminare morte ovunque e l'odio per l'altro, il diverso, prevale.
Credo che insistere sulle identità forti significhi anche conferire dignità a tutte queste carneficine.
Non vogliamo un'Italia multietnica, disse anni fa un Presidente del Consiglio. Multietnica forse, multiculturale mai, gli fece eco un Ministro della Difesa. Di questo passo siamo arrivati alla deriva populista anti immigrati di Grillo e alle allucinazioni di Salvini, che ha potuto affermare: Le migrazioni di oggi sono un complotto per eliminare gli italiani e sostituirli con altri, un tentativo di pulizia etnica, secondo il segretario della Lega, manovrato dai burattinai della finanza internazionale.3 Come se non ci fosse, alle nostre porte, la devastazione: Siria e Yemen in guerra da anni, Iraq invaso e destabilizzato dall'occidente, Libia allo sbando e, incamminandoci verso sud, tutte le tragedie di un'Africa impoverita dal neoliberismo, colpita da guerre feroci per il controllo delle materie prime, perseguitata dalle dittature.

La voce della società civile: quasi spenta

Questo dibattito, così privo di argomenti reali eppure così forte, che attinge alle paure e ai pregiudizi degli italiani, non è solo furbizia politica alla ricerca di facili consensi: certe affermazioni arrivano dal profondo, dalle viscere; sono convinzioni radicate, prive di ambiguità, coltivate nella profonda avversione verso l'altro, il diverso, lo straniero, che può essere a malapena tollerato perché utile alle necessità della nostra quotidianità, ma diviene insopportabile quando pretende di stabilirsi e accampa diritti. Sono parole che esprimono il piccolo mondo soffocante in cui certi personaggi, divenuti quasi per caso leader nazionali, sono cresciuti. Esprimono una visione del mondo che è chiave non solo di un progetto politico, ma anche di un'idea di società. Al di là della piccola polemica quotidiana su leggi, regolamenti e decreti che rendono la vita impossibile agli stranieri e non solo, a me sembra che su questi temi fondamentali l'altra voce sia flebile. Chi è contro i migranti urla, fa audience. Chi cerca di usare la ragionevolezza lancia invece timidi messaggi conciliatori e generici richiami alla tolleranza, destinati a sollevare ancor più clamore ed astio.
Eppure è su un tema come questo che si decide della civiltà di un paese, una cultura, un popolo, un territorio. Su tutto questo è urgente ragionare, non possiamo restare quieti testimoni di una classe politica cinica e incapace che decide e dispone di questi esseri umani, nostri fratelli e sorelle, come fossero oggetti. Qui si dovrebbe collocare il confronto forte fra la politica e una società civile che fosse disposta a organizzare una resistenza ghandiana contro Triton, Frontex, gli Hotspot, i centri di detenzione e tutte le altre diavolerie dai nomi fascinosi dietro cui si celano la militarizzazione dei nostri mari e porti e la criminalizzazione dei migranti.
Su questo piano dovrebbe rendersi visibile una profonda differenza fra conservatori e progressisti, fra chi crede nelle identità forti, nel progetto di una società chiusa a baluardo delle tradizioni e chi invece vede nell'incontro con l'altro un valore positivo e coltiva l'idea di una società aperta al cambiamento, alla contaminazione, permeabile, capace di integrazione, autenticamente laica.
Invece la voce della società civile si è quasi spenta, è divenuta flebile, frammentaria. Certamente molti ancora esprimono concretamente la loro solidarietà attraverso il volontariato, l'assistenza, i convegni, qualche manifestazione. C'è chi si appella alle convenzioni internazionali, ai trattati, alla costituzione; chi invece si richiama al vangelo o all'etica della solidarietà. Ma sono voci deboli, che parlano nel deserto4. Ho l'impressione che nella quotidianità abbiamo un po' tutti rinunciato a convincere chi ci sta intorno, perché è faticoso, frustrante. Quando parliamo coi parenti, i colleghi, i vicini di casa o i ragazzi a scuola, ci rendiamo spesso conto di quanto sia dilagante un razzismo becero e volgare, basato su pregiudizi che non hanno riscontro nella realtà. Gli italiani si sentono minacciati. Intristiti dalla stagnazione economica, vedono svanire il sogno del benessere e stranieri e rom diventano i colpevoli, valvola di sfogo e capro espiatorio di ogni lamentela. Incapaci di rivoltarci contro i potenti, attacchiamo i più deboli: è una storia nota, ma triste.
Eppure l'Italia era in qualche modo multietnica già quando la casa sabauda ne fece il suo regno, coltivando effimeri sogni di grandezza: si parlavano nella penisola decine di lingue diverse, divenute poi dialetti per questioni politiche. I tipi umani già allora variavano nelle sfumature della pelle, nel colore dei capelli e degli occhi.
Quando mi capita di incrociare lo sguardo di certi stranieri il ricordo di Paolo mi attraversa la mente, come un lampo. La sua intelligenza matematica e la mia passione per la letteratura, incontrandosi, avevano costituito un buon sodalizio scolastico: io gli passavo idee e frasi per i temi e lui mi aiutava a sopravvivere nella lotta contro misteriosi problemi algebrici. La famiglia di Paolo proveniva dalla Sicilia e, come la mia, che veniva invece dalla Toscana, era sbarcata nella capitale dopo la guerra, alla ricerca di un lavoro. Anziché portati da trafficanti su un gommone, i miei e i suoi erano arrivati un giorno alla stazione Termini con un biglietto di terza classe, ma erano pur sempre migranti in una città misteriosa e caotica, dove il popolo parlava una lingua che suonava nuova e strana alle lore orecchie.
Paolo era un tipo allegro, scanzonato. Aveva la pelle davvero scura, i capelli ricci e fitti, le sopracciglia folte, gli occhi vivaci, piccoli e nerissimi. Avrebbe potuto essere scambiato per un magrebino ma noi amici, che nulla sapevamo di nordafrica, lo avevamo ribattezzato Cinesinho, per via della formidabile somiglianza con un noto calciatore brasiliano. Con lui andavo a scuola al mattino e al pomeriggio a camminare per il centro, a sognare donne inavvicinabili, ovviamente straniere. Non la pensavamo allo stesso modo: parlavamo di sogni ma litigavamo di politica.
Ma perché Paolo era così? Non che mi fossi mai posto il problema, all'epoca, Paolo era così e basta. Ho trovato però la risposta a quell'ipotetica domanda una decina di anni fa in una canzone degli Almamegretta5: Annibale, grande generale nero, sconfisse i romani e restò in Italia per vent'anni, ecco perché molti italiani hanno la pelle scura, i capelli scuri. Un po' di sangue di Annibale è rimasto a tutti quanti nelle vene.
Io coi geni dei cavallerizzi unni, lui con quelli dei soldati africani. Affascinante.
Cinesinho se n'è andato troppo presto, il sorriso vinto da una malattia crudele, ma ha fatto in tempo a lasciare dietro di sè altri figli di Annibale: gli stessi capelli ricci, la pelle scura, lo stesso sorriso accattivante. L'avventura continua.
In fondo, anche se il taglio degli occhi è cambiato da quando ero bambino, allo specchio mi appare sempre il vietnamita e il volto di Paolo Cinesinho mi sorride sempre più spesso dagli angoli delle strade. Siamo tutti figli di Annibale.

Renzo Sabatini

  1. Il dato è stato riportato da Sbilanciamoci nel maggio 2017. Vedi: http://sbilanciamoci.info/litalia-mano-armata/
  2. L'identità, pubblicato in Italia nel 1999 dalla casa editrice Bompiani.
  3. Vedi A n. 417, pag. 20-23, “Il grande complotto. Ebraico”, di Maria Matteo.
  4. Un'interessante eccezione è l'iniziativa: “Ero straniero, l'umanità che fa bene”, promossa dai radicali con l'adesione di varie associazioni; una proposta di legge d'iniziativa popolare per il superamento della Bossi-Fini e l'integrazione dei “clandestini”. Non ancora una nuova visione etica sul tema delle migrazioni, ma comunque un'importante inversione di tendenza rispetto all'immobilismo di questi decenni. Si veda in particolare, sul sito della campagna, il piccolo prontuario che sconfessa, punto per punto, vari pregiudizi su migranti e rifugiati.
  5. “Figli di Annibale” (1992). Gli Almamegretta sono stati fondati a Napoli nel 1988.