iniziative discografiche a sostegno di a/rivista anarchica
 

"mille papaveri rossi"

poche parole su questo cd: ne abbiamo sempre scritte tante, spesso davvero troppe, sulle copertine dei “nostri” dischi. stavolta non è così: sono le canzoni a parlare. queste le conoscete tutte: sono scritte da fabrizio de andré, poeta e cantante anarchico.
il bello di questo cd, pensato e realizzato con lo scopo esplicito di raccogliere fondi a sostegno di un giornale anarchico, è che qui dentro non ci sono soltanto degli anarchici: fabrizio cantava per tutti. le canzoni di fabrizio si cantano nelle “nostre” riunioni così come in molte sezioni comuniste, e in chiesa, sotto la doccia, a scuola, nelle case occupate, sulle panchine, nei salotti buoni. senza mai perderne in dignità.
mi ha fatto sempre riflettere la distanza che passa tra i palcoscenici attrezzatissimi dei palaqualcosa e le osterie dove ristagna la puzza del fumo e del vino spanto, tra i bei teatri del centro e i centri sociali costretti a stare senz’acqua corrente, tra gli studi di registrazione iperprofessionali e le cantine umide dove ci si arrangia a suonare. eppure, in tutti questi posti si è fatta festa con fabrizio e per fabrizio, segno esplicito che le sue parole sono arrivate dritte in fondo al cuore senza fermarsi a galleggiare in superficie, sopra l’acconciatura fresca di parrucchiere o la maglietta sporca, per poi scivolare via con una lacrima o una birra, o una risata...
qui dentro trovate le canzoni di fabrizio de andré così come le vediamo noi, i musicisti col nome piccolo piccolo oppure senza nome. noi che ce ne restiamo al margine del mercato, noi che nel mercato non ci siamo mai voluti entrare.
siamo rimasti qui, a guardare fuori dalla nostra finestra che dà sui muri grigi delle periferie delle “città più sicure”, nel nostro accampamento precario dove attendiamo sgomberi e manganellate, nelle nostre stanze da letto e cantine trasformate con la fantasia negli studi di registrazione più attrezzati per scacciare a nostro modo l’idea della guerra.
se le nostre chitarre non piacciono perché suonate male, non importa: a tanti di noi manca la scuola, ma non il cuore. se la nostra voce non piace perché sporca, non importa: è quella che abbiamo, non l’abbiamo educata né nascosta sotto cosmetici elettronici per farla suonare come quelle che siete abituati a sentire alla tv. queste voci sono i mille papaveri rossi che abbiamo da offrire: fiori fragili, impossibili a nascondere in mezzo al grano, i petali pronti a volare via appena s’alza il vento. visibilissimi e sempre presenti ad ogni appuntamento che dà il maggio.

poesie vestite di musica

fabrizio era nato a genova, figlio della borghesia agiata cittadina, ed avrebbe compiuto cinquantanove anni il prossimo 18 febbraio. allo scoppiare della guerra la sua famiglia si rifugiò nella campagna astigiana, mentre il padre, ricercato dai fascisti, si diede alla macchia. g
ià avanti con gli studi, li interrompe (pecora nera) a pochi esami dalla laurea per seguire quella che fu la passione della sua vita: la musica. studia il violino e la chitarra, traduce i chansonniers e propone i primi brani di sua composizione. il giovane fabrizio raccontava di cose non comuni in una maniera non comune, nell'italia yé-yé del boom economico degli anni sessanta: sapeva rendere in modo del tutto personale la nuova canzone francese (jacques brel, georges brassens, léo ferrè), e con una forte coscienza sociale e politica, accostabile a quella che sarebbe venuta di lì a poco a maturare nei nuovi menestrelli d'oltreoceano e d’importazione. a diciott'anni il primo disco, e nel 1966 il suo primo album, una raccolta delle canzoni pubblicate sino ad allora. 
la sua non è mai stata una protesta tiepida. ribelle ad ogni ipocrisia, nelle sue canzoni fabrizio de andrè sin dagli esordi ha sempre cercato di mettere in luce il lato oscuro delle cose, l'altra faccia, il "non detto" ed il "non visto" su cui si soffermava a riflettere. ha cantato la suggestione del torbido, dipinto la dignità della vita piccola del reietto, i sentimenti degli ultimi: così dicono i preti, interessati a scoprire l’angelo nel lucifero che sapeva cantare di un dio a misura d’uomo così distante dagli altari e dagli ori… e da loro. fuori dai condizionamenti, ha trovato le parole più affilate e assieme disperate per descrivere i miti ed i danni del moralismo borghese, della società che emargina per fame di conformismo, silenzio e sicurezza. forte delle parole che nessuno può far finta di non capire, ha saputo rivolgersi, senza mediazioni né compromessi, a un pubblico vasto ed eterogeneo, nonostante l'inevitabile boicottaggio dei potenti. le prime canzoni di fabrizio vennero in grande parte bocciate dai burocrati radiotelevisivi nazionali ed escluse dalla programmazione (gli furono concessi spazi maggiori alla radio vaticana...): esse erano capaci di diffondere temi impegnati senza assomigliare a dei comizi, ed ai censori non risultavano gradite le parole "forti" ed il tono poco formale con cui esse affrontavano temi delicati e scottanti come la morte, la prostituzione, la guerra ed il potere. alcune canzoni, come "la guerra di piero" -un solare inno pacifista ed antimilitarista- potevano essere trasmesse soltanto dopo lettura di un'adeguata introduzione critica stilata dalla direzione generale della rai. 
i personaggi descritti nei suoi testi hanno uno spessore umano ed autentico assolutamente rivoluzionario (pensate al bestiario della canzone tricolore, irto di mamme di figli soldati immolati alla patria, di mazurche e ballabili, di rime cuore/amore…), che li metteva -allora come oggi- in grado di scardinare la mentalità borghese legata al concetto di "consumo" della musica: da piero, soldato che non vuole sparare, al transessuale princesa, da geordie ladro per fame al "morto apparente" incapace di rassegnarsi alla sorte protagonista dell'ultimo testo scritto, rimasto privo di melodia. 

la discografia di fabrizio non è vasta: una quindicina di dischi in quarant'anni d'attività. un numero breve, ma ricco di capolavori che attraversano la nostra storia contemporanea (e che di essa rispecchiano gli scazzi ed i trionfi, i massacri e le celebrazioni), una ricerca continua che nel suo svolgersi -lento ma deciso- ha assunto sempre più i contorni di una irriducibile difesa dei valori più profondi dell'essere "uomini e basta". fabrizio non predicava: indicava la luna. e raccontava del suo profondo credere in un'umanità ricca di valori ma senza leggi né pastoie, ricca di spiritualità ma senza clero né processioni. ognuna delle opere discografiche di de andrè rappresenta un punto di passaggio, un valico di montagna in cui il nostro passato recente s'è fermato un momento a riposare, a pensare, a riflettere. le vecchie canzoni, prima dell'esplosione di successo che gli recò la "canzone di marinella" nell'interpretazione di mina, sono ciascuna un ritratto oppure un paesaggio dipinto con pochi tratti essenziali ma spietati: la "ballata dell'eroe" anonimo racconta il disastro e la vacuità della morte in guerra (ritornerà su queste strade per raccontare dell'amore di andrea, ucciso sui monti di trento dalla mitraglia, e di stan con il cuore coperto di mosche in “ti ricordi, joe?”), l'odore forte della vita nei quartieri poveri vicini al mare e lontani dal sole de "la città vecchia" e di "via del campo", il suicidio disperato di un condannato a vent'anni di carcere in "la ballata del michè". quelle che sono venute dopo sono tutte poesie vestite di musica: un vestito popolare e vitale, ricco di suoni dimenticati dalle tendenze del mercato. vestiti fatti di stracci zingari, cuciti mirabilmente insieme in una fantasia di aromi pungenti: la canfora e la naftalina dei vecchi cappotti conservati nell’armadio, l’aglio e le erbe che accompagnano il pesce mediterraneo, l’odore di bruciato che lasciano nell’aria gli spari del fucile. 

fabrizio non ha mai tirato sassi nè bombe nascondendo il suo braccio, ma ha saputo offrire costantemente, e con generosità, nella sua intera opera una visione anarchica e semplice dell'esistenza. il suo era un sogno in cui ha messo violentemente in discussione gerarchie e potere avvelenandoli del loro stesso veleno: ben consapevole, proprio come pablo neruda (quando dall'alto dei suoi scritti si scagliava contro nixon ed i servizi segreti americani, assassini di allende e del sogno di unidad popular) del suo ruolo di poeta da prima linea, nelle sue canzoni ha fatto nomi e cognomi. negli spettacoli dal vivo, la sua "via della povertà" si sapeva trasformare da bella traduzione di bob dylan in un quadro di bosch pullulante dei sinistri protagonisti della vita politica nazionale. lo stesso, i nomi sono urlati e ben distinguibili nel “ballo mascherato” e nella “domenica delle salme”. allo stesso tempo, de andrè ha saputo esprimere una sensibilità poetica del tutto inedita presso altri autori contemporanei nell'affrontare tematiche a largo respiro spirituale: le riletture dei vangeli apocrifi de "la buona novella" (dario fo e franca rame sono arrivati a risultati altrettanto mirabili, ma per una diversa strada) sono emozionanti quanto le riflessioni zen sulla transitorietà della vita terrena di "caro amore", della "canzone dell'amore perduto", di "amore che vieni, amore che vai”, dei “passaggi e passaggi di tempo” di “anime salve”… e come trattenere l’indignazione per l’infinita disperazione che straccia la tonaca di “padre o’brien” (“...ho chiesto e non mi hanno dato un quinto del tesoro sprecato in una lunga guerra: un quinto mi bastava per togliere il dolore dai lebbrosari della terra...”)? come non provare rispetto e compassione per il misticismo di “giovanna d’arco”, per il “testamento di tito” (secondo certi benpensanti, d’oggi come d’allora, più che una canzone d’amore questa è una lunga e spaventosa bestemmia... destino comune, del resto, a quello di altri anarchici impegnati in musica).

fabrizio se n’è andato, eppure c’è ancora. il suo insegnamento lo possiamo vedere nell’ispirazione che fa muovere i passi di tanti artisti più giovani. non ha lasciato testamento, ma una grande eredità. v
oglio ricordarlo ed immaginarlo ancora così: il suo sorriso sornione e lo sguardo strano, chitarra in mano a succhiare il fumo dalla marlboro tra una strofa e l’altra, i suoi occhi così grandi pieni del mare di sardegna, di liguria, di rimini. la sua testa viaggiava lontano, nelle orecchie l’eco di cento lingue. 
e ancora viaggia fabrizio, lontano: soprattutto lontano dai comunicati stampa chilometrici di chi ruba in suo nome un altro minuto alla televisione e alla radio, sottraendolo a una sua canzone. lontano dalla sfilata di berluschifi e melandrone, dai bertinotti e dalle cossutte improvvisamente ed ufficialmente attristate davanti ai microfoni e alle telecamere, processione lugubre in segreta celebrazione del tumore che ha fatto tacere la voce di un poeta anarchico che non ha mai avuto paura di chiamarli col loro vero nome. e di mandarli affanculo, loro, i potenti e i padroni: senza possibilità di scampo. [da
a/rivista anarchica, marzo 1999]

 

   
tracce della versione di "via della povertà" eseguita negli spettacoli dal vivo verso la fine degli anni '70

 

[ritorna alla pagina principale / back to main page]